Mali e Niger al centro dello scontro fra Stato islamico e al Qaeda

Pubblicato da Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia – 29/08/2023

IL RITIRO DELLE FORZE FRANCESI ED INTERNAZIONALI HA AVUTO PESANTI RIPERCUSSIONI SULLA SICUREZZA

Il ritiro delle forze francesi ed internazionali dal Mali ha avuto, come prevedibile, pesanti ripercussioni sulla sicurezza del Paese e di tutta la regione del Sahel, i cui principali governi sono oggi sotto controllo dei militari. Lo scontro ingaggiato dallo Stato islamico e da al Qaeda nelle aree rimaste sguarnite sembra al momento andare a favore del primo gruppo jihadista, an- che se in crescita appare anche il Gruppo di difesa dell’Islam e dei musulmani (Jnim), formazione filo al Qaeda che negli ultimi mesi ha portato avanti una costante espansione a suon di rapimenti e attacchi a civili e militari. Secondo un gruppo di esperti delle Nazioni Unite, l’avanzamento dello Stato islamico e dei suoi affiliati sarebbe tuttavia più rilevante: nel giro di un anno, le milizie dello Stato islamico nel Grande Sahara (Isgs) avrebbero addirittura raddoppiato il numero di territori sotto il suo controllo, estendendo l’influenza alle aree rurali del Menaka orientale e a gran parte dell’area di Ansongo, zone situate nella regione settentrionale di Gao, vicino al confine con il Niger. In un documento di 104 pagine gli esperti osservano che l’espansione jihadista nella regione è stata favorita anche dallo stallo nell’attuazione dell’accordo di pace di Algeri, intesa conclusa nel 2015 dall’allora governo civile di Bamako con i principali gruppi armati del Paese.

Per l’Onu gli attacchi prolungati contro le comunità hanno offerto sia allo Stato islamico che ad al Qaeda la possibilità di “ricostruire lo scenario del 2012″, anno in cui un colpo di Stato guidato dal generale Amadou Sanogo depose l’ex presidente Amadou Toumani Touré ed in cui i fondamentalisti del gruppo Ansar Dine presero il controllo del nord del Paese insieme ai ribelli tuareg dell’allora Movimento di liberazione nazionale dell’Azawad (Mnla). L’intervento francese permise allora la cacciata dei ribelli, ma negli anni l’insurrezione jihadista ha conquistato via via nuovi territori nel nord, mantenendo viva l’ostilità nei confronti di uno Stato centrale sempre più indebolito. Nella fluida ricomposizione degli equilibri che caratterizza il contesto maliano, dopo il ritiro delle forze internazionali ed il doppio colpo di Stato del 2020 e 2021, lo Jnim sta approfittando del nuovo indebolimento del governo centrale posizionandosi come l’unico attore in grado di proteggere i cittadini dagli attacchi dell’Isgs. Un contesto esplosivo non solo per i rischi di sicurezza, ma anche per la centralità che il Mali riveste nella rete del narcotraffico dell’Africa occidentale e tra i Paesi costieri del Golfo di Guinea e del Nordafrica, com’è vero che ricordano gli esperti Onu molti dei principali trafficanti attivi in quest’area hanno base a Bamako.

Di recente i miliziani dello Jnim hanno conquistato Timbuctù, storica “perla del deserto” che negli anni è stata ripetutamente sotto mira jihadista. I guerriglieri hanno imposto un blocco intorno alla città, vietando l’ingresso ai camion merci provenienti dall’Algeria, dalla Mauritania e dalla regione meridionale maliana di Mema, in un clima di forte tensione per gli abitanti. Ieri, 27 agosto, al mercato cittadino sono esplose due bombe, uccidendo una bambina di 11 anni, mentre si mantiene critica la situazione nei dintorni della città di Ber, dove lo Jnim ha ingaggiato violenti scontri con le Forze armate maliane sostenute dalle milizie paramilitari russe Wagner. Negli scontri sono intervenuti anche i combattenti tuareg del Coordinamento dei movimenti dell’Azawad (Cma), che dopo il ritiro francese da Timbuctù si sono apertamente schierati contro i jihadisti diventando di fatto l’unico bastione per la sicurezza regionale. Ostili alla collaborazione avviata dalla giunta militare con i mercenari Wagner e sostenitori dell’attuazione dell’accordo di Algeri, dopo un breve sostegno da parte dell’esercito maliano i tuareg sono di fatto rimasti soli sul campo. Altre aree sono state perdute dall’esercito di Bamako dopo che le truppe della Missione di pace delle Nazioni Unite in Mali (Minusma) hanno restituito alle autorità maliane le basi da loro gestite nella zona.

L’espansione dell’area di influenza jihadista al confine orientale del Mali, a meno di 100 chilometri con il Niger, collega strettamente le sfide della sicurezza dei due Paesi. Non a caso era stato proprio il presidente nigerino Mohamed Bazoum, oggi ostaggio dei golpisti che lo hanno deposto il 26 luglio, a lanciare l’allarme sui rischi regionali di un ritiro francese dal Mali. In un’intervista rilasciata a febbraio dello scorso anno al quotidiano francese “Le Figaro”, Bazoum aveva preannunciato che il ritiro dell’operazione francese Barkhane e della task force europea Takuba avrebbe creato un “vuoto che sarà riempito dalle organizzazioni terroristiche”, ipotesi che lo vedeva “molto preoccupato”. Per il capo dello Stato nigerino, sguarnire il territorio maliano significava dare margine di manovra ad una “minaccia” (jihadista) che avrebbe finito per “ipotecare la stabilità non solo del Mali, ma di tutta la sub-regione”. Bazoum aveva quindi prontamente dato disponibilità ad ospitare sul suo territorio le truppe francesi espulse da Bamako, accogliendo nei mesi a venire i 15 mila uomini tuttora presenti in Niger. In mano ai golpisti del generale Omar Tchiani, il Paese sta vedendo da settimane proteste contro la presenza delle truppe francesi ed internazionali, un copione già visto nel quale si respingono “le ingerenze straniere” ma si chiede alla Russia di garantire un’alternativa all’influenza di Parigi.

Negli ultimi giorni nelle manifestazioni di protesta si sono viste anche bandiere del gruppo paramilitare russo Wagner, e i manifestanti hanno chiesto a gran voce di smantellare la base di Agadez, la seconda più grande installazione militare statunitense in Africa dopo quella di Gibuti. Forse, tuttavia, qualche elemento di rottura rispetto ai precedenti colpi di Stato saheliani c’è. Per la prima volta, Parigi ha contestato l’estradizione del suo ambasciatore dal Paese – annunciata venerdì sera dalla giunta nigerina -, affermando che i golpisti non ne hanno l’autorità. Il diplomatico Sylvain Itté rimane a Niamey “nonostante le pressioni”, ha detto il presidente francese Emmanuel Macron, “penso che la nostra politica sia quella giusta”. Sospeso dall’Unione africana e poco collaborativo nei tentativi di mediazione – si è distinta a questo proposito l’Algeria -, il Paese si prepara ora al possibile intervento militare minacciato dalla Comunità economica dell’Africa occidentale (Cedeao) per reinsediare Bazoum, forte del sostegno di altre giunte golpiste: Mali e Burkina Faso hanno già acconsentito ad inviare i loro uomini a Niamey in caso di attacco.